lunedì, 29 settembre 2008

Il sottile filetto della ragione

Perdere il filo, il sottile filetto della ragione (lo so, lo so che si dice "lume della ragione", ma lasciate fare). Può capitare, prima o poi. Il problema, quando capita, è che rischi di mandare il tutto, o buona parte del tutto, a puttane. E quello sì che è un problema. In questi casi, appare difficile e quanto mai complicato, a mio avviso, mantenere vecchie abitudini. Per vecchia abitudine intendo di tutto, cose, azioni, giochi, persone. Soprattutto persone, che il termine abitudine certo non rispecchiano, ma il paragone forse può aiutare a capire. I rapporti personali, quelli sono difficili da mantenere. E sono loro, inesorabilmente, a costituire quella buona parte del tutto di cui si parlava prima. Nessuno si basta da solo, e la delusione di chi ci prova è pari solo a quella di chi lo scopre a sorpresa pur essendo convinto del contrario. Che poi, è la stessa cosa.

Vuoto

Quando impazzisco io pretendo. Cose, gesti, parole che non mi sono dovuti. Li pretendo, come se la mia stessa vita dipendesse da essi. Non va, è davvero pessima come nazione, la mia. Purtroppo, non credo di poter fare diversamente. Sento necessari periodi cronici di follia, violenti, fastidiosi, tali da rendermi odioso. Pericoloso, anche. Se più per me o per gli altri, questo non saprei dirlo. Tutto questo per smuovere qualcosa, sollevarsi dal piattume quanto basta per rendersi conto di essere ancora presenti, vivi. Per scappare dalla noia, anche in maniera inconsapevole. Perchè è inconsapevole, tutto. Lo capisci, lo afferri, ed è già finito.

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categoria: scrivere, artistiche follie
lunedì, 05 maggio 2008

AAA Cercasi Signor Wolf

Salve a tutti, miei piccoli amici. È da un pezzo che non scrivo qui, e spero che non abbiate sentito molto la mia mancanza (sicuramente no). Per prima cosa, voglio ringraziare chi ha comunque speso due minuti del suo tempo per lasciare un commento su questo blog, nonostante il suddetto fosse in sciopero da settimane. E dire che ne sono successe di cose in questo periodo di trasmissioni oscurate su C'era una volta l'amore. Per esempio, abbiamo di nuovo il nano al potere. E che gioia! Qual giubilo nel poterlo urlare ai quattro venti (sempre che non si temano figure barbine). E non fatemi credere che non lo immaginavate?! Era già scritto. Fosse stato per me, avrei risparmiato anche le elezioni - che pure quelle si pagano, no? - e un sacco di gente ci avrebbe guadagnato in salute. Ma vabbé, si sa, a noi piace farci del male. Molte cose faticherei a spiegarmele, altrimenti.
Crime scene
Ma veniamo al vero movente di questo post. Ché di movente si tratta, in fondo. Ultimamente ho smesso di scrivere e, credetemi, per me è un bel problema. La questione, però, non sta tanto nella mancanza di idee, piuttosto nella voglia di sedersi davanti a un pc o a un foglio di carta e raccontargliele. Questa cosa, in passato, mi veniva molto più semplice, quasi naturale azzarderei, e credo di sapere perché. Penso che si smetta di esprimersi, che ci si annoi a farlo, quando tutto intorno a noi, le situazioni, le persone, gli amici, ci costringono a riflettere un secondo di più a quello che scriviamo/diciamo. Fa male! Pensare troppo fa male! Dovrebbe essere un dogma, una di quelle frasi da mettere sulle targhe appese ai muri degli edifici pubblici. Come memento. Sia chiaro, non dico che pensare sia sbagliato, sarei stupido a farlo. Dico solo che se stai troppo a rimuginare su quello che devi scrivere, dire, fare, baciare, puoi star tranquillo che poi non lo fai. Mai.
Il problema è nato quando ho conosciuto persone in tutto e per tutto simili alla Prosivendola Regina Zabo. Pensavo - speravo - che personaggi così esistessero solo nei libri di Pennac, e invece. Certo, gli editori hanno apprezzato il mio primo lavoro, e questo punto credo di aver capito il perché. Credo che esista una specie di meccanismo perverso per il quale se un libro è scritto non pensando all'editore, poi all'editore piace. Mi spiego meglio. Quando ho scritto Lysergic Company, non me ne fregava niente della pubblicazione, del mondo dell'editoria e compagnia cantante. Volevo solo scrivere, per me. E basta. L'uscita in libreria è stato un passo successivo, quasi insperato. Soddisfatto? Sicuro, come potrei non esserlo, certi riconoscimenti fanno piacere. Ma qui casca l'asino. Ho smesso di scrivere per me. O, meglio, ho smesso di scrivere solo per me. Penso sempre a chi poi dovrà leggerlo, il mio lavoro. E non è così che si scrive, secondo me. Non è così che scrivo io. Il problema persiste. Cercasi Signor Wolf.


Foto mia.
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categoria: scrivere, problema
domenica, 09 marzo 2008

Hello! Do you remember me?

Buongiorno. Come va? Mi fa strano riapparire qui, dopo più di dieci giorni, proprio di domenica mattina (di domenica fino alle 15 è mattina). In questi giorni ho latitato parecchio, approfittandone per fare qualche giro per l'Italia e scattare altre foto.

Shoes in the shadow
Ah, quasi dimenticavo, c'è stata la presentazione ufficiale di Lysergic Company, il mio romanzo, come da tempo pubblicizzato nella colonnina qui a destra. È stata una chiacchierata molto interessante con un simpatico Gianluca Minotti a far da relatore per la casa editrice, come al solito latitante (si sa, a furia di star con lo zoppo...). Devo ammettere che mi sono molto divertito a parlare del mio lavoro, soprattutto dopo aver capito che era stato interpretato al meglio da chi di dovere, e non è una banalità. Nella mezz'oretta dedicatami sono stati toccati svariati argomenti, dalla musica, presente nel testo quasi come una colonna sonora consigliata per l'ascolto, all'orgoglio e all'identità regionale.
La cosa più bella, però, è stato vedere gente mai vista prima acquistare il mio libro e cominciare a leggerlo lì, in libreria, mentre ancora stavo parlando.
È stata una sensazione nuova, strana, bellissima. Ovviamente, ringrazio tutti quelli che si sono presi la briga di venire ad ascoltare le mie scemenze, e ringrazio anche chi sarebbe voluto esserci ma per varie vicissitudini non ha potuto esser presente.
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categoria: scrivere, roma, bologna, annunci, presentazione, bilanci, lysergic company
martedì, 26 febbraio 2008

Ă€ bientĂ´t...

Buongiorno miei piccoli amici. Lo so che vi sono mancato (?), ma credetemi, in questi giorni non avevo, e non ho, nessuna voglia di postare scritti o cose simili. Preferisco usare quel poco di ispirazione che possiedo al momento per andare avanti nella stesura del nuovo romanzo... Ops! Questa mi è scappata! Conto sul fatto che dimentichiate presto tutto. Ad ogni modo, credo che rimarrò latitante ancora per qualche giorno, forse lavorerò su alcune foto, forse andrò in giro a farne altre, chissà?

Nel frattempo vi lascio un piccolo omaggio all'Albertone nazionale, un piccolo spezzone di uno dei suoi personaggi più riusciti, per la regia di Mario Monicelli:

 



Vi saluto con un ultimo interrogativo. È da un po' di giorni che mi chiedo e mi domando: ma Wes Craven ha visitato il Museo d'Orsay prima di girare Scream?



Les Arts, Musée d'Orsay
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categoria: scrivere, fotografia
sabato, 19 gennaio 2008

Così danziamo...

Torna su questi schermi l'appuntamento con Henry Miller, scrittore che venero e che ultimamente sto rileggendo con grandissimo piacere. Questo brano è tratto da Tropico del Capricorno. Buona lettura.

danza
"Così danziamo, a gelido ritmo frenetico, onde corte e onde lunghe, una danza nell'interno della coppa del nulla, ogni centimetro di foia va a dollari e centesimi. Viaggiamo a tassametro da una femmina perfetta all'altra, cercando il difetto vulnerabile, ma sono tutte perfette e impermeabili nella loro impeccabile consistenza lunare. Questa è la gelida bianca verginità della logica dell'amore, le rete della marea che arretra, la frangia della vacuità assoluta. E su questa frangia della logica verginale della perfezione io danzo la danza spirituale della disperazione bianca, l'ultimo uomo bianco che spara all'ultima emozione, il gorilla dello scoramento che si batte il petto con zampe guantate e immacolate.

moon
Io sono il gorilla che si sente crescere le ali, un vertiginoso gorilla nel centro della serica vuotezza; anche la notte cresce come una pianta elettrica, e scaglia gemme incandescenti nello spazio di velluto nero. Io sono lo spazio nero della notte in cui irrompono le gemme con angoscia, un pesce celeste che nuota sulla gelida rugiada della luna. Io sono il germe d'una nuova pazzia, un ghiribizzo vestito di lingua comprensibile, un singhiozzo che è sepolto come una scheggia nel vivo dell'anima. Io danzo la razionalissima e adorabile danza del gorilla angelico. Questi sono i miei fratelli e le mie sorelle che sono pazzi e non angelici. Danziamo nel vuoto della coppa del nulla. Siamo d'una carne, ma distanti come stelle."
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venerdì, 18 gennaio 2008

Marguerite

Questo è un racconto che ho scritto più di un anno fa, durante un pomeriggio che sarebbe dovuto essere di studio. È stato pubblicato dalle riviste on-ine Traspi e nel numero 1 di Blog Up, e potete trovarlo qui e qui.


Marguerite

Marguerite si alza tutte le mattine. Verso le sei o giù di lì. Non le pesa, anzi. Marguerite è contenta di alzarsi tutte le mattine, verso le sei o giù di lì. È contenta anche se non può farne a meno.
Marguerite è dipendente da albe. Hanno per lei l’effetto di una scarica elettrica, supremo attimo di piacere a contorcere cuore e reni. Non ricorda da quando. Né perché. Tutte le mattine, verso le sei o giù di lì, Marguerite chiude gli occhi e si affaccia alla piccola finestrella della piccola camera che da sul piccolo parco. E aspetta, in silenzio. Aspetta che tutto le si riveli, nuovo e diverso, come ogni giorno.
alba-mbeoTutti i giorni, verso le sei o giù di lì, Marguerite apre gli occhi un attimo prima che l’aurora illumini il suo volto, rinnovando quel rapporto quasi simbiotico.
Ha gli occhi neri come il petrolio Marguerite, che a guardarli li diresti senza fondo. È piccola. Così piccola che a volte sembra scomparire. È bella Marguerite. Così bella che darti, a volte, la sensazione di poterti accecare. I suoi lineamenti, dolci e setosi, capaci di infonderti quell’amore che non possono trattenere. I suoi capelli, ricordarti il colore delle foglie in autunno, caderle spesso in avanti, coprirle quegli occhi neri come il petrolio, che a guardarli li diresti senza fondo. Ma in realtà è impossibile descrivere Marguerite. Marguerite è.
È da un po’ di tempo che è triste Marguerite. Riesce a non esserlo solo la mattina, verso le sei o giù di lì, quando si affaccia alla piccola finestrella della piccola camera che da sul piccolo parco. Braccia strette a se a formare un involucro.
sadnessterminiIl giorno poi, scorrerle uguale e vuoto come tutti gli altri, rinnovare in lei la speranza che una nuova alba la riconduca alla novità. Scorrono confuse le giornate di Marguerite, mentre osserva un mondo sfocato, come fosse coperto da un velo di cellophane.
Marguerite è pazza, dicono. Ha tentato di uccidersi, e ha bisogno delle medicine per star calma. Ma Marguerite odia le medicine. È l’unica cosa che abbia mai odiato. Quelle e la TV. Per lei hanno lo stesso effetto, un grigio e malinconico torpore. Ma Marguerite è costretta a prendere quelle pillole. Potrebbe ritentare il suicidio, dicono. Come quel giorno in cui la madre la trovò morente, stesa sul tappeto e il sangue scorrerle dai polsi.

- Ho perso la bellezza, diceva. Un rantolo quasi impercettibile. Fu da quel giorno, forse, che Marguerite divenne dipendente da albe. L’unica cosa che ancora non si rifiutasse di illuminarla. Solo lì, solo allora si sentiva felice. Tutte le mattine, verso le sei o giù di lì.
Marguerite non prende più le pillole. No, non è guarita, anzi. Non si guarisce da una malattia che non esiste. Solo non ha più voglia. Di guarire da se stessa. Di guardare il mondo da dietro quel velo di cellophane. Così spesso. Ogni giorno di più.
Nessuno sa che Marguerite non prende più le pillole. La obbligherebbero a ricominciare, se sapessero. Le impedirebbero così di continuare a cercare la sua bellezza perduta. Quella che crede di aver perso, ma che è parte di lei, almeno quanto quei suoi occhi neri come il petrolio, che a guardarli li diresti senza fondo.
È a un passo dal capire Marguerite. Capire la causa di tutto. Capire quanto è stata vicina a perderla per sempre quella bellezza. Capire il perché le sembrava di averla smarrita.
Era troppa. Troppa per quel suo cuoricino freddo e lì lì per scoppiare. Troppa per pensare di meritarla. Troppa per pensare che potesse durare per sempre. Troppa per chi sente di avere qualcosa da perdere. Troppa.
Anche per lei.

Marguerite è pazza, dicono. È scappata dalla clinica. Hanno trovato decine di pillole, nascoste nel suo materasso. È un’incosciente, potrebbe farsi del male, sentenziano. Ma Marguerite non è pazza. Marguerite è viva, adesso. Ha preso le sue cose ed è andata via. Assapora la libertà, ora. Quella che le avrebbero dovuto dare il farmaci, capaci solo di alterare percezioni. Ha scoperto di non essere più dipendente da albe, Marguerite.
Lo ha scoperto guardando il tramonto, avere per lei l’effetto di una scarica elettrica, supremo attimo di piacere a contorcere cuore e reni. Guardando il sole morire, con un sorriso, consapevole della sua imminente rinascita.
È finalmente felice, Marguerite. Come quando, una volta, si alzava tutte le mattine, affacciandosi alla piccola finestrella della piccola camera che da sul piccolo parco. Per guardare l’alba. Verso le sei o giù di lì.


Foto mie e di mbeo.
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mercoledì, 09 gennaio 2008

Annunciazione!!! Annunciazione!!!

Dunque, visto che sono quasi le quattro e di dormire non se ne parla, tanto vale rompervi un pò le palle con un post semi-inutile, comprendente un paio di annunci.

Rullo di tamburi.......................... (il rullo di tambuti va immaginato)

Annuncio numero unooooooo


cop_LysergicCompanyFinaaaaaaalmeeeeeeenteeeeeee! Il mio romanzo è approdato e reperibile su ibs, cliccando qui. Ciò vuol dire che potrà davvero - davvero davvero davvero giurin giurello - essere ordinato. Chi si presenterà in libreria, probabilmente, non si sentirà più dire frasi del tipo "Marchese??? Chi???", e questa è una bella pera di autostima. Almeno per me. Non vi pare?



Annuncio numero dueeeeeee

novaradioVenerdì 1 Febbraio sarò a Firenze, ospite con la cara Alice Suella della trasmissione Altre Destinazioni,
settimanale di poesia e narrativa, condotto dalla altrettanto cara poetessa Elisabetta Beneforti, su Novaradio Città Futura. Proveremo a presentare i nostri due lavori e vi allieteremo con qualche lettura e buona musica... La radio è locale, ma potrete comunque ascoltarla in streaming, vi basterà cliccare qui.


Detto questo, non mi resta che augurarvi una buonanotte e promettere ancora una volta le recensioni delle mostre di Rothko Kubrick e Pop Art, che proverò a fare domani.
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categoria: scrivere, annunci, altre destinazioni, , loro in bocca, lysergic company, novaradio cittĂ  futura
mercoledì, 12 dicembre 2007

Tra "pacchi" tragicomici e gradite sorprese

Dunque, partiamo dal principio. Oggi doveva essere il gran giorno di Lysergic Company. Un buon numero di copie sarebbero dovute arrivare direttamente qui a casa mia, a Bologna. Sarebbero. Invece oggi, ore 11 circa, qui a casa mia, a Bologna, arriva una telefonata. La casa editrice mi avverte che, a causa dello sciopero dei tir che sta bloccando le nostre autostrade in questi giorni, la consegna del libro sarà posticipata di una settimana.

tirOvviamente, gran scesa. Tristezza. Sgomento. Una settimana di notti insonni per nulla, insomma. Vabbé, penso alla fine, può capitare (ma proprio a me?). Ad ogni modo, essendomi messo d'accordo con una cara e illustre amica blogger sul fatto che le avrei consegnato stasera la sua copia omaggio, faccio una corsa in facoltà per stamparne una. Non sarà come avere l'originale in mano, ma almeno lo potrà leggere. La cosa curiosa, è che mentre smadonno contro la stampante della facoltà che si rifiuta categoricamente di stampare alcunché, mi chiama il corriere espresso dicendomi di avere una consegna per Marco Marchese (che sarei  io), a Catanzaro. A Catanzaro?!?!?! Ma non doveva arrivare a Bologna?!?!?! Sgomento, di nuovo. Ma che l'hanno mandato a fare lì?!?!?! Bah!!!
Torno a casa e mi attacco al telefono. Intanto mia madre mi chiama, emozionata, dicendo che ha il mio libro in mano. E io rosico. Mi attacco al telefono, dicevo. Parlo con il "responsabile" della casa editrice. Il mio indirizzo di Bologna non esiste nel loro archivio. Eppure, io l'avevo dato, dicendo che era lì che abitavo. Non sa che drmi. Per forza. Gli chiedo se almeno in redazione da loro è arrivato. Mi risponde di no. ???. Arriverà settimana prossima qui da noi, mi dice. Per favore, potrebbe chiamarmi quando arriva, lo supplico. Il "capo" annuisce. Ringrazio e riattacco. Ok, adesso non ci capisco più niente!!! Ma una cosa la so: domani sera, in qualche modo, avrò il mio libro. Chi fa da sé fa per tre!!!

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lunedì, 10 dicembre 2007

Quel giorno Bologna...

Ecco a voi il prologo di Lysergic Company, una piccola anticipazione di quel che vi aspetta (e qui immaginate una risata grassa e cattiva).

Quel giorno Bologna faceva davvero schifo. Il cielo sembrava un enorme ratto grigio e incombente che avvolgeva tutto. Squittendo. Una di quelle giornate che ti viene da dire: «Governo Ladro!». E, nonostante tutto, faceva pure caldo.
Vagavo ramingo per strada con passo lento e occhi bianco-bordò, distratto o, forse, volendo solo dare l’impressione di esserlo.
Io e il mio sudore. Appiccicume ovunque.
Tool-lateralus-album TheMarsVoltaFrancestheMute2005
A quei tempi mi piaceva – e mi piace ancora oggi, non posso negarlo – confondermi tra la folla, muta, perché coperta da Lateralus dei Tool o dal psichedelicissimo Frances The Mute dei Mars Volta, piacevoli colonne sonore delle mie giornate. Ai tempi… mi piaceva assai. Ero capace di passare delle ore a trascinarmi per gli intricati e umidi vicoli della Dotta e Rossa e Grassa e finanche Turrita, a immaginare improbabili dialoghi tra i passanti.  Spersonalizzare tutto e tutti. Mi dava un senso di cazzuta onnipotenza difficile da spiegare, come se mettere in bocca alla gente parole senza senso ─ apparente, mi pare ovvio ─ mi permettesse anche di decidere delle loro vite.
Delirio autogeno, insomma… mi piaceva.
Tanto che Frenc ─ non ho sbagliato, si scrive proprio così ─, una delle anime pie con cui dividevo il perennemente incasinato appartamento-buco in via Piella, quando mi vedeva tornare: «Te sei fuori di melone! Dove casso te ne vai per delle ore, da solo, così tanto per» prendeva sempre a dirmi, ché era di Vignola, lui… nessuno è perfetto. Io invece, terroncello piccolo e nero, cresciuto in un piccolo paese, con una piccola piazza, una piccola fontana al centro e piccoli vicoli che da lì partono per farti incontrare le solite piccole persone che non si fanno mai i piccoli cazzi loro e non chiudono mai le loro piccole piccolissime ─ ma vivacissime ─ bocche, la trovavo una cosa bellissima… e rilassante, come minimo.
Certo che in quel periodo, di rilassarmi, ne avevo proprio bisogno. “La Cri”, come la chiamava la sua amica Silvia ─ che brutta abitudine l’articolo davanti al nome, vero? ─ era piombata nella mia vita come un falco che si scaglia a tutta birra sulla sua preda.
E di birre ─ e di prede ─, in quel tempo, se ne vedevano tante.
Chiariamo, per me semplicemente Cristina.
Fino ad allora i miei rapporti con le ragazze si erano basati principalmente, e inderogabilmente, su puri e semplici principi di utilità, col mio uccellocervellometro a farla da padrone. Non avevo mai avuto una storia che avesse superato indenne i tre mesi e solo all’idea mi sentivo soffocare. «E come può il mio amore essere limpido se è la mia nazione che l’inquina» direbbe il buon Manuel Agnelli. Da quando l’avevo conosciuta, però, era stata capace di prendere tutta la mia filosofia del “Fotti e fottitene” ─ Futta e futtat’inda ─ con annessi galoppanti sensi di rivalsa prima e falsi e ipocriti pentimenti poi, e buttarla allegramente in un cesso stile Trainspotting, che ti vien da chiederti:
mcgregor_trainspotting_1«Ma mi va poi tanto di andarla a riprendere? Boh… ». Certo che una volta non avrei esitato a vestire i panni del giovane Renton. No. Direi proprio di no.

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categoria: scrivere, libri che vale la pena leggere, lysergic company
venerdì, 07 dicembre 2007

Chi la dura la vince!

Dunque, parliamo di cose serie. Finalmente. Ho speso buona parte della giornata di oggi a telefonare quasi ogni ora alla mia casa editrice - il Filo -, in attesa di qualuno che mi desse uno straccio di informazione. Alla fine, quando ormai non ci speravo più, il Messia è arrivato, portando il tanto agognato messaggio. Dalla settimana prossima - da giovedì, credo - "Lysergic company" potrà essere ordinato in tutte le librerie. Passeranno circa 15 giorni prima che compaia in catalogo, quindi dovrete dire al vostro libraio di fiducia di mettersi in contatto direttamente con la casa editrice o col Gruppo Ugo Mursia Editore, che si occupa della distribuzione.

Ed ecco a voi, in anteprima assoluta, la copertina:
cop_LysergicCompany
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categoria: scrivere, lysergic company
martedì, 04 dicembre 2007

Cosa vuol dire niente?

Seconda capitolo dello sciagurato racconto di Marcfranz. Da questo momento in poi, nemmeno l'autore sa quanti ne seguiranno... Buona lettura.

II
SERVO DI UN SIGNORE SERVILE

È dentro te che sei re. Lo pensavo, anzi, ne ero convinto. Che fosse una convinzione dettata dalla mia superbia o, piuttosto, un modo per compiacermi di me stesso chi avrebbe potuto dirlo… chi… mai. Lei avrebbe potuto, ne sono certo. Se solo fosse esistita. Se solo non fosse stata un prodotto della mia mente, una versione di me più affascinante e magnetica, avrebbe avuto una risposta per me, racchiusa ad aspettarmi in quel sorriso tagliente, in quegli occhi senza fondo. Di lei mi rimaneva solo il profumo, a rendermi ancora più dolorosa l’interruzione di un piacere impossibile, il ritorno ad una dimensione concreta.
coclelFu un ritorno a casa senza né sguardi né suoni, senza curiosità. La sensazione di solitudine era totale, ora che anche la voce dentro di me taceva, sprigionando un silenzio assordante. Avevo demoni da affrontare, questo lo sapevo, e trovarmi senza difese terrene mi appariva incosciente ma, in fondo, inevitabile.
La scena da cui era partito tutto era ancora lì davanti ai miei occhi, come un fermo immagine crudele a ricordarmi che non avevo sognato, che quello che mi stava uccidendo era reale. Come in una sequenza di Kitano, vedevo me camminare lento alla luce della luna, incurante di un destino assetato di sangue. Senza stacchi poi, la scena mi attraversava e allora lo vedevo. Mio padre, sulla porta di casa, baciare sulla bocca una donna. Una donna che non era mia madre. Un’altra.chiodiLa sequenza tornava in soggettiva. Risentivo le mie parole E questo che cazzo significa? Chi cazzo è questa?. E le sue, mentre lei entrava in macchina e partiva sorridendo, ironica,
Ma no Andrea, che hai capito? Non era niente, niente ti dico, risuonarmi così false e vuote.
Che cosa vuol dire niente? Non mi sembrava “niente”!
le uniche parole che trovai, troppo accecato per cercarne altre. Non un insulto uscì da me.
Scappai, realizzando solo qualche minuto più tardi quanto quella mancanza di rabbia, di voglia di sapere, mi facesse male rendendo impossibile, o semplicemente inutile, ogni reazione. Cosa avrei potuto dire che avesse un valore? Niente. Perché un pugno in faccia fa ancora più male quando non lo vedi arrivare.


Photos by coclel.

Fai clic qui per leggere il primo capitolo.
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categoria: scrivere, racconti, cosa vuol dire niente
martedì, 27 novembre 2007

Cosa vuol dire niente?

Quello che leggerete qui di seguito è il primo dei 5 capitoli di un racconto che ho scritto un pò di tempo fa. Sono stato indeciso fino all'ultimo se postarlo o meno, e forse andando avanti capirete perché... Ma ora basta cazzate, buona lettura.

I
MARE

Era lì che trovavo pace. La spiaggetta era a soli cinque minuti a piedi da casa mia. Adoravo fare quel tratto di strada camminando, riuscivo ad assaporare tutto molto più intensamente. La mia solitudine, i miei pensieri, l’odore di salsedine che si stendeva nell’aria man mano che mi avvicinavo al mare, il sole e il rumore assordante ma quasi sinfonico delle cicale. Il sole. Era tutto lì. Tutto per me. Dovevo sbrigarmi, la spiaggetta non sarebbe rimasta lì a lungo. Avevo solo tre ore prima che la marea me la portasse via, ancora una volta. Scesi in fretta la scala di pietra e assi di legno che si intrufolava curiosa tra piante e alberi, unica via, godendomi ogni singolo istante dell’ingresso ufficiale nel mio mondo. Non faticavo a definirlo tale. Sembrava che lo conoscessi soltanto io e mai ci avevo portato qualcuno. L’idea nemmeno mi sfiorava. Mi avrebbe infastidito anche solo trovarci una persona diversa da me, chissà con che diritto poi. Non mi importava.
La trovai deserta, nuda e bellissima ad aspettarmi. Hai visto come sono bella oggi? Guarda come è calmo il mare che mi sfiora. Ti aspettavo Andrea, ti ho aspettato tutto il giorno mi diceva. Sono qui, scusa se ho tardato trovarmi a consolarla, giustificandomi per un pomeriggio infame. Mi sentivo colpevole verso di lei, come verso me stesso. Intorno a me non c’era nulla, niente chioschi di bibite e gelati, niente lettini, niente ombrelloni… niente.ArcadiaMi stesi sul bagnasciuga e chiusi gli occhi, lasciando che il bisbiglio delle onde interferisse con i miei ragionamenti confusi, sperando che potesse chiarirli. Il battito calava, e mi abbandonavo sempre più dolcemente a quella dimensione fatta solo di me e nient’altro. Era bello. Tutto lì intorno mi ispirava calma e il rumore del mare contro gli scogli aveva un non so che di orchestrale.
Fu quando aprii gli occhi che la vidi. A un paio di metri da me c’era una ragazza, prendeva il sole. Stesa nella mia stessa posizione, sembrava provare le mie identiche sensazioni, sorrideva. Pensai che fosse la più bella ragazza che avessi mai visto. Non la tipica bellezza appariscente, volgare. Una bellezza misteriosa, lì lì per esplodere. In mezzo alla spiaggia più in, nel sabato più in, della settimana più in dell’estate forse non l’avrei neanche notata, forse. Ma il suo viso. Il suo viso aveva un qualcosa che non saprei definire, una strana luce.
Sembrava non facesse caso a me, ma sapevo che era incuriosita dalla mia presenza come io dalla sua. La guardavo, ma senza fissarla. La sua era pur sempre un’intrusione e non volevo darle troppa importanza. Mi chiedevo che cosa ci fosse venuta a fare in quella spiaggia, chi si credeva di essere per entrare nel mio mondo senza bussare, ma senza trovare il coraggio di parlarle. E, come tutti gli invasori, mi intimoriva.
Cos’hai da guardare? Ti dà fastidio se sto qui? mi disse d’un tratto con voce acida, come se solo guardandola le avessi trasmesso il mio disagio.
Nulla. Puoi stare quanto ti pare. È che qui di solito non ci viene molta gente, a dire il vero non ci viene mai nessuno replicai cortesemente, pentendomi subito di quella falsa gentilezza. È vero Andrea, non viene mai nessuno qui, ma c’è una prima volta per tutto sentenziò, quasi con noncuranza.
Sapeva il mio nome, chi ero. Ma non solo. Dava la sensazione di sapere molto di più di me, tutto. La paura crebbe. Ero atterrito ed eccitato insieme, come se la violenza più grande, l’invasione di me, fosse il più grande e puro piacere che potessi provare. Rimasi muto con gli occhi chiusi, nella stessa posizione di prima, consapevole che nessuna parola avrebbe potuto descrivere quel momento. Qualsiasi cosa avessi detto avrebbe solo avuto il potere di sminuire quel piacere, renderlo terreno, ricondurlo in qualche modo alla realtà. Volevo sfuggirle, ne avevo abbastanza di quella razionalità sbagliata e indecente di cui mi vestivo ogni giorno.
C’erano così tante cose che avrei voluto chiedere a quella bellissima ragazza, cose di me, e sapevo che avrebbe risposto in modo così spietatamente sincero da rendere impossibile ogni reazione. Era per questo che non riuscivo a parlarle, forse. Mi sarei accontentato di guardare anche solo un’ultima volta in quei suoi occhi grandi, neri e profondi come l’abisso, per rinfrescare per un attimo quel piacere violento e teso a violare. Ma quando aprii gli occhi e mi voltai lei non c’era più, sparita nel nulla. Provai la sensazione di un secondo tradimento, prostituzione d’animo. Richiusi gli occhi, ancora scosso da quell’effimero incontro, chiedendomi se l’avrei mai più rivista, se avrei potuto rinnovare quel piacere, un giorno. Nessuno mi rispondeva. Il mare avanzava, ricordandomi che il tempo, il mio tempo, stava per scadere.

continua...


Foto di Benquerencia.
Blaterato da MarcFranz martedì, 27 novembre 2007 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
categoria: mare, scrivere, racconti, , bellezza, cosa vuol dire niente
domenica, 25 novembre 2007

Forse...

Era un pò che la "cosa" dell'Hashishin dell'amore non andava avanti, e mi sembrava doveroso dargli un pò di spazio. Non siamo alla fine, ma se hai perso l'inizio clicca qui.


Chiara è arrivata a Bologna 5 anni fa, mi pare. Si era trasferita da un paesino del sud. Lei lo definiva “regredito”. Quell'anno arrivò anche nella mia classe. Quella in cui io, a mia volta, ero arrivato l'anno precedente. Ero cazzuto io, però. Mi ero conquistato subito il mio spazio. Lei sembrava fragile, timida. Una pecorella innocente in mezzo ad un branco di lupi affamati. Non le davo molta confidenza. Non mi piaceva l'aria pietosa che aveva. Sembrava chiedesse attenzioni ed affetto da chiunque in quella classe. Non ricordo però la prima volta che ci scambiai qualche parola, ma ricordo la prima volta che attirò la mia curiosità. Durante un'assemblea di classe in cui si discuteva delle solite cazzate. La classe aveva preso una decisione, a larga maggioranza. Non ricordo riguardo che, figuriamoci se posso ricordarmi.  Lei non sembrava molto convinta. Si alzò in piedi e con un filo di voce esternò la sua posizione. Fu aggredita dalle tigri in abiti firmati che frequentavano il postaccio. Rimase in piedi e mantenne la sua posizione ormai ideologica. Mi sembrò coraggiosa. Lottava. Era nuova, non se la filava già nessuno ed ebbe il coraggio di mettersi contro tutti perché pensava la sua idea fosse più valida. In effetti, se non ricordo male, era proprio una cappella la proposta dello zoo al completo. A me non interessava più di tanto quello che si decideva in queste assemblee. Erano tutte parole al vento, prendere una posizione voleva dire entrare a far parte del sistema scuola. Non mi interessava l'idea, ma apprezzai il lato nascosto della ragazza del sud e decisi di intervenire in sua difesa. Avevo i miei ascoltatori in classe e spesso la mia opinione su una questione valeva più delle opinioni di tante persone. Ammutolii la folla con la mia scesa in campo. Il fatto che io mi fossi schierato dalla parte della “nuova” avrebbetiger avuto un suo peso nei seguenti giorni di convivenza forzata nell'istituto.
Dopo quella volta, infa
tti, fu integrata nel gruppo degli xenofobi e  si mise anche a “punzecchiare” alcune delle mie fantasie. Aveva un caratterino, sotto il candido aspetto. Ebbe il tempo in seguito di attirare di nuovo le cattiverie delle arpie che affollavano il nostro liceo, quando la nostra conoscenza divenne qualcosa di più. A causa mia ovviamente. Lei in quel momento non mi interessava, ero troppo preso da me stesso e troppo convinto di poter pescare meglio dal mazzo. Ci uscii un paio di volte. Rinnovai la mia opinione. Era una tosta. Sembrava sapesse cosa voleva e capace di prenderselo quando voleva. Era una tigre anche lei. Aveva solo bisogno di tempo per far vedere i denti. Anche in classe, di li a poco, si ritagliò una posizione. Che già ne aveva pochi di oppositori. Ero diventato io la sua nuova sfida adesso, e non avevo nessuna voglia di fargliela vincere.

Mi vesto e vado a prendere un pò d'aria. Devo comprare le sigarette anche...


Dopo quella volta continuò a non parlarmi. Ci stavo male, un po'. Passava il tempo a guardare fuori dalla finestra. Durante le lezioni stava con la testa rivolta ai vetri, a pensare a chissà cosa. Decisi che dovevo attirare la sua attenzione. Ricordo che colsi l'occasione in una assemblea di classe. I nostri compagni tuttiamodo avevano stabilito la loro contrarietà ad una breve gita in Toscana perché, affermavano, dovevano recuperare coi programmi didattici. Pazzi! Luca non partecipava proprio al discorso. Era in un angolo dell'aula, vicino la finestra aperta, cuffie nelle orecchie e sguardo perso nel vuoto dei palazzi circostanti. Era troppo una cazzata la loro, e decisi di dirglielo. Una gita mi avrebbe permesso di stare, magari, a contatto con lui. Tra l'altro. Comunque mi si scagliarono tutti contro e io cercai di ricacciarli indietro, ma quando ormai stavo per abbandonare e tornarmene nel mio guscio di protezione, tra il mio piccolo banco, la mia piccola sedia e i miei piccoli accessori e libri, successe l'inaspettato. Qualcuno disse: ”Ha ragione lei.”, silenzio. Mi voltai e vidi che Luca si era tolto una cuffia e stava prendendo le mie parti. I nostri compagni si erano zittiti aspettando le motivazioni della sua uscita. Si alzò e disse qualcosa. Non parlò molto a dir la verità. Non era il tipo, ma visto il risultato, nemmeno il caso. La classe sembrò convinta, quelli più scettici ora erano solo perplessi. Il viaggio si fece e io conquistai la mia prima vittoria. Con l'appoggio di Luca si intende.
Da lì a poco cominciammo ad uscire insieme. Insieme ad altra gente. Riuscii a scoprire cose di lui che non avrei mai immaginato a scuola. Scoprii che quell'aria da bello e dannato che si dava era davvero il suo personaggio, o il suo personaggio era lui. Chiacchierava con piacere con me e io facevo di tutto per fargli capire le mie intenzioni ma lui, come le migliori signore sugli “anta” per nascondere l'età, sviava il discorso, o scappava via a fare chissà che. Aveva sempre una scusa pronta. Era bugiardo dentro, anche. Questo lo capii dopo. Troppo tardi ormai.
Il nostro primo appuntamento, non fu un vero e proprio “primo appuntamento”. Eravamo già usciti insieme. Mai da soli, per carità. Ma quella volta fu diverso. Quella volta, i nostri amici, nel mezzo della serata, si dileguarono lasciandoci soli. Non gli diedi il tempo di scappare. Cominciai a parlare divagando su non so che. Lo guardai negli occhi, i suoi occhi nero profondo, e gli chiesi il permesso di baciarlo. Non rispose. Glielo impedii. Lo stavo baciando con tutta la passione alimentata nei giorni, le ore, i minuti.
caffèDevo uscire a prendere un caffè, ne ho bisogno adesso. Tutti questi ricordi... Bologna è grigia come sempre. Come sempre d'inverno. Grigio malinconia. Non fa sicuramente bene al mio stato meditativo-confusionale. Che tristezza. Quanti ricordi per queste strade.

continua...

 


 

Foto mie e di Benquerencia.

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categoria: scrivere, forse, caffè
domenica, 18 novembre 2007

Non deve, signorina Clara...

Due carabinieri hanno scostato le transenne che hanno scalfito il silenzio.Don
Ho preso per il braccio Clara. Si è divincolata. Voleva camminare da sola. Sola davanti. Conosceva la strada che portava agli appartamenti di Sant'Inverno. Io e Rabdomant dovevamo soltanto seguirla. La seguimmo. Fu come se una giovane sposa passasse in rivista l'intero esercito dei carabinieri. I carabinieri si mettevano sull'attenti e chinavano il capo. Piangevano il lutto della sposa. Nevicava sull'esercito dei carabinieri. Poi toccò ai Celerini con il moschetto ai piedi vedere la sposa farsi largo tra i loro ranghi. Dopo aver allegramente pestato i prigionieri in rivolta, adesso sentivano battere il cuore nel casco. La sposa non guardò né gli uni né gli altri. La sposa fissava la grande porta grigia. La porta si aprì da sola sul cortile d'onore della prigione. Al centro del cortile, un pianoforte a coda bruciava lentamente tra le sedie rovesciate. Un fumo dritto lo mandava al cielo. I berretti degli agenti di custodia caddero al passaggio della sposa. Qualche baffo fremette. Il dorso di una mano asciugò una lacrima. Ora la sposa scivolava nei corridoi di una prigione così silenziosa che la si poteva credere abbandonata. Bianca e sola, la sposa fluttuava come un ricordo dei vecchi muri: intorno a lei, i mobili sembravano rovesciati da sempre, e le foto strappate disseminate sul pavimento (un flautista dal viso inclinato, il pugno di uno scultore intorno al ferro dello scalpello... un cestino della carta straripante di appunti straordinariamente puliti, scrittura fitta, cancellature tirate con il righello) sembravano foto vecchissime. Fluttuante e silenziosa, la sposa percorse i corridoi, si inerpicò su scale chiocciola, attraversò gallerie fino a quando la porta che era la meta del viaggio non le si parò dinnanzi e una vecchia guardia dagli occhi arrossati e dalle mani tremanti non tentò di fermarla:
- Non deve, signorina Clara...
Ma lei respinse la guardia ed entrò nella stanza. C'erano degli uomini in giubbotto di pelle che prendevano misure, altri, con un pennellino tra le dita, spolveravano millimetri, c'era un medico di un pallore moribondo, e c'era un prete in preghiera, che si stagliò subito, camice accecante, pianeta spiegata, stola sventolante, tra la sposa e quello che aveva deciso di vedere. Lei respinse il prete con meno riguardi di quelli usati con la guardia e si ritrovò sola, assolutamente sola questa volta, davanti a una forma distrutta. Era una cosa contorta, rappresa. Il corpo mostrava le ossa. Non aveva più volto. Ma sembrava ancora gridare.
La sposa contemplò a lungo quel che era venuta a vedere. Nessuno degli uomini presenti osava anche solo respirare. Poi, la sposa fece un gesto di cui tutti i presenti, dottore e prete compresi, dovettero cercare di capire il mistero fino alla fine dei loro giorni. Mise davanti all'occhio una piccola macchina fotografica nera, sorta non si sa come da tutto quel biancore, fissò ancora un istante il cadavere torturato, poi ci fu il crepitio di un flash, e un bagliore di eternità.

Daniel Pennac "La Prosivendola"

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categoria: scrivere, daniel pennac, sposa, la prosivendola
lunedì, 05 novembre 2007

Hai paura del tre di bastoni?

Sono tutti e quattro intorno al tavolo. Salta fuori un mazzo di carte. Il momento di chiamare lo zoppo non è ancora arrivato; niente di meglio del tressette per ingannare il tempo. Luca e Adriano contro Marcello e Sergio.
Metà della prima partita, 18 a 15. Luca ormai non ci sperava più. Finalmente l'acido che ha sciolto nel bicchiere di Marcello, l'uomo che lo tiene sequestrato, comincia a fare effetto. L'uomo si alza di scatto dalla sedia e guarda sgomento le carte nelle sue mani. Sembra terrorizzato.

"
Cristo!" urla "il tre di bastoni, vuole uccidermi!"3mazze
La stanza, buia, esplode di colori. Le forme smettono di possedere sostanza e si piegano ad un semplice movimento del capo. Fa freddo, ma agili lingue di fuoco riscaldano la pelle e l'anima, gelide come il marmo. La vita scorre, bagliori accecanti. Il passato ritorna ed esige vendetta, come tutti quelli che il piede violento ha calpesatato.
Il tre di bastoni, col suo beffardo sorriso, continua a fissare l'uomo, preda di violente convulsioni.

"Ti voglio! Voglio te!" continua a ripetegli.

L'uomo ha paura. Se è vero che chi è pazzo non sa di esserlo, non riesce a capire ciò che vede e sente.
Alza gli occhi.
Avvoltoi volteggiano minacciosi sulla sua testa. Incrociando il suo sguardo gli fanno l'occhiolino.

"
E' te che vogliamo!" sembrano dirgli "E' solo questione di tempo!"

"
Non mi avrete mai!" risponde l'uomo.

Non ne può più di questa tortura. Di un colpo decide che abbattere il muro a testate è cosa fattibile. Il rumore dei colpi che dà contro la parete di cemento e forte e secco. Solo il rumore del cranio che si rompe lo copre. Quello e il tonfo fa l'uomo cadendo, esanime, per terra.
Blaterato da MarcFranz lunedì, 05 novembre 2007 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
categoria: scrivere, acido, assurditĂ , sequestro, tressette, artistiche follie, tre di bastoni