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martedì, 07 ottobre 2008
Il progetto è semplice: portare ogni 23 del mese nuovi fotografi ad esporre le loro opere all'interno di un appartamento privato in Via Irnerio 23, a Bologna. Sarà servito un aperitivo, da mangiare e, natualmente, le foto. L'idea è quella di dar spazio a fotografi di talento ma ancora poco conosciuti, e di creare col tempo una rete, un appuntamento fisso nel quale sempre nuovi artisti potranno avere il loro spazio. Irnerio23 non chiede soldi ai fotografi, spese di stampe a parte. Anche l'ingresso, almeno inizialmente, sarà gratuito, con la possibilità, per chi lo volesse, di contribuire alla crescita del progetto con una piccola quota. Speriamo nella partecipazione di tanti di voi, soprattutto in momenti come questo, in cui iniziative del genere scarseggiano o stentano a sopravvivere, specialmente qui a Bologna. Si sentiva il bisogno di fare qualcosa. Noi ci stiamo provando.
Lo staff di Irnerio23
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http://www.flickr.com/photos/truetaste/
http://www.flickr.com/photos/marcfranz/
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MarcFranz martedì, 07 ottobre 2008 |
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mercoledì, 09 gennaio 2008
Avevo promesso tre recensioni sulle tre importanti mostre da me visitate domenica. Ne farò una. Mi sono reso conto di non avere le competenze, o meglio, di non avere elementi per parlare di quelle opere da critico. Non mi andava di parlare di cose che non conosco, e non mi andava di fare il professore. Ho chiesto dunque qualche consiglio qua e là, tentando contemporaneamente di farmi un'idea per conto mio. Ne è uscita una specie di recensione-documentario, fatta quasi solo di sensazioni, che troverete qui di seguito.
RomaRothko&Co.
1. Mark Rothko
Domenica 6 Gennaio. Ore 07:45. Sveglia di buon ora, incurante delle diecidicodieci ore di treno fatte il giorno prima dalla Calabria a Bologna. Alle 09:28 sono sul treno per Roma, in dolce compagnia e con due occhi gonfi così. Alle 13:03, incredibilmente in orario, siamo a Roma, e, dopo una breve sosta da Mr. Panino, prendiamo il 64 per il Palazzo delle Esposizioni. Ovviamente, sbagliamo fermata e scendiamo a quella dopo, che a Roma sono qualche centinaio di metri. Vabbè, penso, non può mica andare tutto liscio.
Alle 14 circa entriamo al Palazzo delle Esposizioni per visitare le mostre su Mark Rothko e Stanley Kubrick. Scopriamo subito che, se hai meno di ventisei anni, puoi acquistare un biglietto ridotto che vale anche per la mostra sulla Pop Art, alle Scuderie del Quirinale. Risultato: tre mostre per soli 15 euro. Gran bella iniziativa, dovrebbero farlo più spesso.
Ci addentriamo nel museo e, sin dai primi dipinti, rimaniamo scioccati. Faccio una foto (rigorosamente senza flash) e immediatamente una simpatica addetta del museo si scaglia contro di me, dicendo che vietato, manco stessi buttando acido solforico su tutti i quadri. Mah... Più tardi scoprirò, o mi farò un'idea, del motivo di questo divieto. All'interno della libreria del Palazzo c'erano in vendita i poster della mostra, prezzi dagli 80 ai 160 euro. Economici, insomma.
Ad ogni modo, non ci facciamo scoraggiare e proseguiamo la nostra visita, coltivando e facendoci prendere dalle mille sensazioni che i dipinti del maestro dell'espressionismo astratto (epiteto spesso rifiutato dallo stesso Rothko) ci regalavano.
Rimango sempre più estasiato dalla bellezza, ma soprattutto dalla potenza, delle opere esposte. Mark Rothko sa combinare i colori in maniera estremamente efficace, riuscendo a trovare soluzioni e abbinamenti impensabili. Alcuni dipinti sembrano attirarmi dentro come una calamita. Spesso ho la sensazione che lo spazio e le persone attorno a me non esistano, proprio perché immerso in una straordinaria dimensione parallela. Un'esperienza appagante come poche, nella mia vita.
Per non parlare poi dei vari quaderni, comodamente sfogliabili grazie ad uno schermo elettronico. Lì posso osservare gli appunti che Rothko prendeva sui colori e sulle prospettive da usare all'interno delle sue opere, scritti unici e rarissimi, da cui traspare il genio e l'estro dell'artista americano.
La retrospettiva è divisa in periodi, per permettere ai visitatori - molti dei quali ragazzi - di orientarsi meglio all'interno dell'opera di Rothko e notare i cambiamenti e le evoluzioni di stile che la stessa ha subito nel corso degli anni. Sensazionale! Oliver Wick, il curatore, ha fatto davvero un ottimo lavoro. Peccato sia finita, e peccato poterne parlare solo ora.
2. Stanley Kubrick
Sempre all'interno del Palazzo delle Esposizioni, è bastato salire una rampa di scale, per visitare un'altra mostra molto interessante, dedicata ad uno dei maestri indiscussi del cinema mondiale.
Ancora prima di iniziare il percorso, la mia attenzione viene catturata da un grande pannello grigio, sulla cui sommità campeggia una scritta luminosa: Stanley Kubrick. All'interno di questo pannello sono incastonati dei piccoli monitor, ognuno dei quali ripete all'infinito un piccolo loop, uno per ogni film del maestro. Il simpatico ma saccente visitatore che mi sta accanto mi dice con accento toscano che i loop sono collegati tra loro e che se mi fisso riesco a trovare la connessione. Inizialmente lo prendo per pazzo, ma poi mi rendo conto che ha ragione. Facendo molta attenzione c'è veramente una connessione tra i vari monitor. Ma è una cosa che non si può spiegare, a parole.
Salgo un'altra rampa e mi trovo di fronte a uno dei più vasti archivi fotografici che abbia mai visto. Centinaia di foto delle riprese di tutti i suoi film, costumi e sceneggiature originali. Un viaggio incredibile tra le tecniche di ripresa e le innovazioni che Kubrick ha introdotto nel cinema.
Continuo a camminare a mi ritrovo in una stanza interamente dedicata agli obiettivi. Un documentario, in inglese coi sottotitoli, spiega come il regista usasse obiettivi di macchine fotografiche da 16 e 35 mm e li adattasse alla macchina da presa. Un vero genio. Non capisco proprio tutto quello che dice, nonostante i sottotitoli. Si parla spesso in termini tecnici, ma si intuisce il valore straordinariamente sperimentale del lavoro di Kubrick.
Mi sposto, e sono nella stanza dedicata alle colonne sonore. Kubrick era un grande amante della musica classica, e questo amore è evidente nella scelta delle musiche dei suoi film. Egli sosteneva che era inutile sforzarsi di comporre colonne sonore originali per i film, poiché la musica classica offriva immense possibilità. E come dargli torto. Basta dare un'occhiata, o un orecchio, ai compositori che hanno partecipato alle colonne sonore dei suoi film: Mozart, Strauss e Bach, per citarne alcuni.
Ultima chicca: i costumi originali di Alex in Arancia Meccanica, delle bambine di Shining (accompagnate dalla mitica accetta di Jack e da un plastico del labirinto), di Spartacus. Gli occhiali di Lolita, quelli con le lenti a forma di cuore. Ultimo ma non ultimo, il monolite di 2001: Odissea nello Spazio.
Decidiamo di andar via, dopo circa tre ora passate a zonzo nel museo, ma non prima di voltarmi un'ultima volta, in tempo per vedere un oscar per gli effetti speciali (1969 per 2001: A Space Odissey) dalla sua teca guardarmi ammiccante.
3. Pop Art
Usciamo dal Palazzo delle Esposizioni un pò intontiti e molto stanchi, ma ancora carichi per arrivare fino al Quirinale e dare un'cchiata alla mostra sulla Pop Art. Una mostra di oltre 100 opere di cinquanta artisti diversi, a cura di Walter Guadagnini. Posso ammirare i lavori di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Errò, Mimmo Rotella (mio compaesano Catanzarese), e di figure leggendarie come quelle di Ray Johnson, Richard Hamilton e Peter Blake.
Mi accorgo ancora una volta di come sia grande il valore simbolico di queste opere. Tutta la società del tempo ne è riflessa, nel bene e nel male. C'è spazio per Marilyn, ripetuta infinite volte, per le pin-up, per i Beatles e i Rolling Stones, ma anche per il logo della Coca-Cola e della Esso, per la fiigura dell'astronauta visto come moderna incarnazione del mito di Icaro, per l'assassinio di JFK.

Il personaggio comune, invece, viene totalmente spersonalizzato. Abbiamo quindi una serie di corpi senza volto, monumenti alla serialità umana imposta dalla società dei consumi. Insolita e originale la scelta dei materiali per le opere. Si va dal collage di poster e manifesti degli '50 e '60, al tessuto, dai materiali plastici all'olio su lino di un dipinto di oltre 11 metri, raffigurante un uomo nudo col volto coperto.
Un evento davvero interessante insomma, che potrete visitare ancora fino al 27 Gennaio. Vi consiglio di farci un salto.
sabato, 29 dicembre 2007
Queste foto sono il frutto dei miei sforzi notturni per valorizzare la vecchia Catanzaro con il bianco e nero. Nonostante siano state scattate alle cinque del mattino non sembrano proprio da buttare... Ma sarete voi a giudicare.
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MarcFranz sabato, 29 dicembre 2007 |
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martedì, 27 novembre 2007
Breve intervento per segnalare un sito molto interessante. Si tratta di www.xmarkjenkinsx.com, pagina web di Mark Jenkins, un vero mago delle street installations. Cosa sono le street installations? Guardate un pò qui. Se volete saperne di più, cliccate sulle foto.
Foto di www.xmarkjenkinsx.com
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MarcFranz martedì, 27 novembre 2007 |
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martedì, 23 ottobre 2007
Zarathustra scese da solo dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando giunse nella foresta, improvvisamente si imbatté in un vecchio, che aveva lasciato la sua capanna per cercare radici nella foresta. E così il vecchio parlò a Zarathustra: "Non mi è nuovo, questo viandante: molti anni fa passò di qui; ma ora egli è mutato. Allora portavi la tua cenere sulla montagna: ora vuoi forse portare il tuo fuoco nella valle? Non hai timore del castigo che attende gli incendiari? Sì, io riconosco Zarathustra. Puro è il suo sguardo, e nella sua bocca non si annida alcun ribrezzo. Non avanza egli come un danzatore? Zarathustra è cambiato, Zarathustra è divenuto un bambino, Zarathustra si è svegliato: cosa vuoi tu fare con gli addormentati? Come in mezzo al mare tu vivevi in solitudine, e il mare ti portava sul suo seno. Ahimè, ora vuoi tu scendere a terra? Vuoi tu trascinare il tuo corpo da te stesso?"
Zarathustra rispose: "Io amo gli uomini."
"Qual è la ragione" disse il santo "per cui mi sono ritirato nella foresta e in solitudine? Non è, forse, perché anch'io ho amato troppo gli uomini? Ma ora io amo Dio: non amo più gli uomini. L'uomo è cosa troppo imperfetta per me. L'amore degli uomini mi ucciderebbe."
Zarathustra rispose: "Ma io non parlavo d'amore! Io porto un regalo agli uomini."
"Non dar loro nulla," disse il santo "togli piuttosto loro qualcosa e portala via con loro; sarà la cosa migliore che potrai loro fare: purché faccia del bene anche a te! E se vuoi dar loro qualcosa, non dar più di un'elemosina, e attendi che ti invochino perché tu gliela dia!"
"No," ribatté Zarathustra "io non do elemosine. Non sono abbastanza povero per farlo."
Il santo rise di Zarathustra e replicò: "Allora vedi un po' se accettano i tuoi tesori! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che la nostra missione sia di distribuire loro doni. I nostri passi risuonano troppo solitari per le vie. E come quando di notte, stando nei loro letti, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, certamente si domandano: dove va quel ladro? Non recarti tra gli uomini! Rimani nella foresta! Va' piuttosto tra gli animali! Perché non vuoi tu essere come me, orso tra gli orsi, uccello tra gli uccelli?"
"E che fa mai il santo nella foresta?" chiese Zarathustra.
Il santo rispose: "Compongo canzoni e le canto, e quando compongo canzoni, rido, piango e borbotto fra me stesso. Così innalzo le mie lodi a Dio. Cantando, piangendo e rimuginando fra me, io lodo quel Dio, che è mio Dio. Ma tu qual regalo ci porti?"
A questo punto Zarathustra salutò il santo e disse: "Che cosa posso darvi? Lasciatemi andare, piuttosto, prima che vi tolga qualcosa!"
Così si separarono l'uno dall'altro, il vecchio e l'uomo, sorridendo come sorridono due fanciulli. Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò al suo cuore: "E mai possibile? Questo vecchio santo nella sua foresta non sa ancora che Dio è morto."
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MarcFranz martedì, 23 ottobre 2007 |
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domenica, 21 ottobre 2007
Prima di cominciare a parlare di questo splendido classico del cinema sento il bisogno di ringraziare con tutto me stesso Enrico Ghezzi e il suo Fuori Orario; a mio modo di vedere un programma che di notte tocca picchi di 700mila spettatori con il 20% di share è qualcosa di straordinario.
Quando nel 1936 uscì Hortobagy, ma anche durante la sua lavorazione, il regista austro-ungarico George Hoellering venne preso per pazzo dai suoi colleghi contemporanei che dicevano: "Hollering deve essere malato: filma l'erba che cresce". Ed è vero, Hoellering filmò l'erba che cresceva, ma il suo lavoro non si limitò a questo. Quello che lui portò sullo schermo, unito a un mirabile lavoro di montaggio (non così semplice nel 1936!), fu un autentico e disilluso spaccato della vita ad Hortobagy, regione della steppa ungheresa, popolata da gente povera e diffidente che ancora oggi vive di agricoltura, alleva
mento e pozzi di gas naturale. Non è una storia di zingari e ussari, di romanticismo e principi azzurri. E' la vita di un popolo che lotta contro e con la natura per sopravvivere, raccontataci in maniera cruda e senza fronzoli dando spazio a una realtà che ci disarma per la sua appagante semplicità. Amori e speranze di un popolo che trova la sua ambrosia nel sudore della propria fronte. La colonna sonora della allora Filarmonica di Budapest fa il resto. La poesia viene dall'est.
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MarcFranz domenica, 21 ottobre 2007 |
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venerdì, 19 ottobre 2007
Ecco un riassunto del mio attuale stato psicofisico...

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MarcFranz venerdì, 19 ottobre 2007 |
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giovedì, 18 ottobre 2007
Quel pomeriggio con la bici...
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MarcFranz giovedì, 18 ottobre 2007 |
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mercoledì, 17 ottobre 2007
E fu la neve...
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MarcFranz mercoledì, 17 ottobre 2007 |
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martedì, 16 ottobre 2007
Ecco una delle mie ultime creazioni. Il soggetto magari non è il massimo (anche se il suo nome è proprio quello), ma la luce mi sembra proprio bella.
Che ne dite?
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MarcFranz martedì, 16 ottobre 2007 |
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sabato, 13 ottobre 2007
Amsterdam (Aprile 2005)
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MarcFranz sabato, 13 ottobre 2007 |
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giovedì, 11 ottobre 2007
Henry Miller non fu mai uno di quegli scrittori acclamati dalle folle come padri nazionali. Quando nel 1934 uscì Tropico del Cancro (cui seguì, nel 1939, Tropico del Capricorno) sia negli Stati Uniti che in Europa si scatenò una valanga di polemiche e il libro venne considerato addirittura pornografico. Troppo cruda, troppo vera era la realtà che Miller raccontava. La biografia di uno scrittore americano squattrinato immerso nei più luridi sobborghi di Parigi, tra alcool, puttane e altri scrittori falliti, tutti alla disperata ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa. Che sia un tozzo di pane raffermo o una bottiglia di rum non fa molta differenza, quello che conta è prendere, quanto più possibile, vivere. Ed è proprio la vita, la sua essenza pura e semplice, che Miller trova in quei sobborghi, completamente risucchiato dalla frenetica metropoli che detta i suoi tempi a una massa inerme incapace di reagire. Ma è qui, lontano dalla sua casa, l'America, che Miller riesce di nuovo a sentire, a ricongiungersi con un senso della vita che aveva smarrito. Non c'è da stupirsi, del resto, se negli anni del fallimento del capitalismo americano egli concepisca il modo di vivere europeo, un modo di pensare che era diventato anche il suo, come l'unico capace di dare una qualche dignità. Ma qui non si parla di questo, qui si parla di uomo e della sua lotta senza sosta per sopravvivere, contro tutto e tutti, della necessità di vivere oltre quella soglia che nessuno osa attraversare.
giovedì, 11 ottobre 2007
Per me la bellezza è qualcosa di estremamente evasivo, un lampo che ti trapassa nel momento e nel luogo più inaspettati. La bellezza non è qualcosa che cerchi e trovi, non è qualcosa che ti puoi procurare al negozio all'angolo, è lei che trova te, che ti rapisce, che ti scortica l'anima, ti scarnifica le ossa, ti ammalia. Nessuno è pronto a riceverla, mai, ti coglie sempre in mutande, non è di quelle che suonano il campanello. Sei lì, sovrappensiero, e di colpo ti perdi tra due righe. Una donna può trasformare un uomo in principe o in rospo, può acoglierlo nel nirvana o gettarlo all'inferno. Il colore del mare a una certa ora può essere peggio, e questo non c'è, non nelle mie parole (la parola è finzione), la bellezza è sempre fuggevole.
Efraim Medina Reyes